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IL CODICE IN PILLOLE... CASTA O COMUNITA’ PROFESSIONALE? LA FORMAZIONE SECONDO IL NUOVO CODICE DEONTOLOGICO di Enrico Capo

 

CASTA O COMUNITA’ PROFESSIONALE?
LA FORMAZIONE SECONDO IL NUOVO CODICE DEONTOLOGICO

di Enrico CAPO

La definizione più corrente di CASTA è la seguente: “classe di persone che si considera per nascita o per condizione separata dagli altri e gode o si attribuisce speciali diritti o privilegi”.

Per contro, si definisce la COMUNITA’ PROFESSIONALE come “un luogo di incontro sia fisico che virtuale, fondato sulla logica dell’approfondimento collaborativo e sullo scambio di esperienze ‘tra pari’, all’interno del quale gli iscritti possono modulare, a seconda delle proprie esigenze, un percorso di apprendimento e di informazione”.

Partiamo da TREMEZZO ‘46

Il mitico Convegno di Tremezzo del 1946 descriveva così – a livello di Utopia – il profilo dell’allora quasi sconosciuta figura dell’Assistente Sociale: “è la persona che deve essere l’artefice della grande opera di risanamento sociale del Paese”.

A distanza di 74 anni, il nuovo Codice Deontologico della professione specifica come la suddetta definizione debba preliminarmente configurarsi e animarsi al suo interno per poter raggiungere la meta utopica suddetta; e cioè:

art. 45 - “l’Assistente Sociale sostiene e supporta nello svolgimento della professione i colleghi, in particolare i neo iscritti....” e consequenzialmente:

art. 48 – “si impegna nella supervisione didattica nei confronti dei tirocinanti per...rinforzare nel tirocinante la consapevolezza del valore delle norme deontologiche dell’Ordine e della partecipazione alla vita della comunità professionale...”. Tutto ciò è possibile perché:

art.24 – “l’Assistente Sociale è tenuto alla propria formazione continua al fine di garantire prestazioni qualificate, adeguate al progresso teorico, scientifico, culturale, metodologico e tecnologico”.

Formazione continua e Formazione ricorrente

Partendo dunque dalla constatazione che la nostra non è una casta bensì è una Comunità professionale, bisogna chiarire cosa debba intendersi per formazione continua e a cosa essa debba servire in particolare al giorno d’oggi.

Intanto c’è da chiarire la differenza tra formazione continua e formazione ricorrente. Quest’ultima ha in comune con il venditore di automobili ed il tecnico della NASA l’aggiornamento professionale sul progredire delle tecniche relative alle due professioni. Ma anche l’Assistente Sociale ha l’obbligo di tenersi al corrente ad esempio riguardo alle continue svolte della legislazione sociale nonché alla evoluzione delle modalità applicative delle tecniche proprie del Servizio Sociale.

Quanto detto va sotto l’etichetta di formazione ricorrente. Ma la formazione continua (che io da tempo preferisco chiamare Educazione Permanente, perché prevede sia l’auto- formazione che il concetto non solo della continuità bensì anche della sedimentazione nel tempo di quanto acquisito) è qualcosa di differente: perché ha una marcia in più, perché implica non solo l’apprendere per conoscere, bensì l’apprendere per essere!

Burocratizzazione, prassi, burnout

L’attualizzazione della Educazione Permanente sembra diventata di moda con la ben nota trilogia oggi ricorrente negli enti e strutture in cui sono inseriti gli Assistenti Sociali: la eccessiva burocratizzazione a cui viene sottoposto il Servizio Sociale, la frequente confusione dei ruoli con altre professioni per altro stimate, la cosiddetta linea di comando che troppo spesso prevede al vertice della piramide degli Assistenti Sociali non un collega dirigente bensì un altro soggetto: preferibilmente un amministrativo! E poi la granitica prassi, elevata a sistema, a tabù, a idolo, con il classico slogan “si è sempre fatto così!”. Non c’è da meravigliarsi poi se tra le quinte faccia capolino l’epidemia professionale, rappresentata dal burnout...

Educazione Permanente e Personalismo Comunitario

Agli scogli appena illustrati si è cercato di ovviare in parte con una serie di Seminari realizzati sotto il coordinamento dello scrivente presso la sede del CROAS LAZIO, con l’egida della nostra Presidente Regionale Dott.ssa Patrizia Favali.

L’ipotesi si partenza era la seguente: per tentare di ovviare in parte alle situazioni sopra riportate non bastano i cosiddetti pannicelli caldi; non bastano le pacche sulle spalle; non bastano le rivendicazioni sindacali che, qualora raggiungessero lo scopo prefisso, lo farebbero in tempi non certo brevi.

Ecco allora il tentativo di proporre ai colleghi di prendere in mano il proprio destino:

= praticando coscientemente l’Educazione Permanente il cui motto è: dalla culla alla tomba, per sottolineare che si continua a crescere e ad imparare senza limiti di età;

= praticando attraverso ad essa il Personalismo Comunitario del filosofo francese Emmanuel MOUNIER, i cui assiomi sono:

= l’essere umano è una Persona e non un individuo – non ci si salva da soli, ma con e attraverso gli altri – la realizzazione della Persona è nella Comunità – la Comunità più intensa diventa una Persona di Persone: nel senso che la suddetta si espande e si condensa in modo tale da diventare a sua volta una Persona in più, che si aggiunge ai singoli membri che formano la comunità stessa. Quest’ultimo concetto sembra particolarmente difficile ma non lo è: basta sperimentarlo nella pratica, come lo sta facendo il sottoscritto, in seno al MASCI -Scautismo degli Adulti.

Dalla teoria alla pratica

I seminari al CROAS Lazio proponevano una soluzione semplice: costituire tra Assistenti Sociali e al di fuori degli enti e strutture di appartenenza delle micro-comunità tra colleghi, basate sui seguenti princìpi:

= cortocircuitare le prassi nell’interesse delle persone rivoltesi agli enti di competenza, predisponendo dei protocolli di intesa tra colleghi per realizzare (al di sopra e al di là delle prassi) dei corridoi assistenziali (non assistenzialistici) per risolvere le problematiche legate alla necessità di urgenti interventi materiali a favore delle persone di cui sopra.

= Realizzare partendo da questo concreto tipo di intervento delle esperienze comunitarie ad alto livello formativo, tendenti al recupero del singolo Assistente come persona e come professionista.

E’ importante sottolineare come l’esperienza ora descritta non può configurarsi come un ennesimo gruppo di lavoro, né come una commissione classica, né come una piattaforma rivendicativa, né come una nuova modalità di lavoro.

Trattasi invece di un insieme di Persone, legate tra di loro non da un semplice oggetto lavorativo: ma piuttosto da un progetto di crescita comunitaria che sfocerà in un miglioramento della stessa prassi burocratica, e quindi dell’aiuto alle persone, ai gruppi, alle comunità in difficoltà.

I colleghi del settore ospedaliero hanno anticipato questa prassi con un loro protocollo che permette ad ogni Assistente Sociale Ospedaliero di risolvere all’istante – per esempio - il trasferimento urgente di un ammalato da una struttura all’altra (scavalcando così la trafila obbligata: primario-direttore sanitario-altro direttore sanitario- altro primario). Ovviamente questa nuova agile prassi non mira a costituire delle camarille tra Assistenti Sociali (alla faccia – come si dice a Roma – del proprio Ente): bensì per anticipare a favore del malato il lungo itinerario burocratico richiesto, da sanare successivamente secondo i sacri canoni. Da non dimenticare che una interpretazione ottusa del concetto di prassi prevede il suo predominio prevalente sulla salute del malato; che potrebbe anche defungere, purché la prassi stessa sia salva...

Orizzonti aperti e camera con vista

Quanto sopra rappresenta senz’altro una interpretazione particolare di un aspetto del nuovo Codice Deontologico: interpretazione che dovrebbe configurarsi come una ricerca di orizzonti aperti piuttosto che di una restrittiva e angusta camera con vista. Trattasi forse di un’altra Utopia? Senz’altro, ma di una Utopia sperimentale, guidata dal vecchio slogan “provare per credere!”.

Dalla Utopia teorica alla Utopia sperimentale


Pubblicato il 22-06-2020 - Ultima modifica il 23-06-2020 - Visualizzata 120 volte

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